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L’enigma dell’ora
La scoperta di Benjamin Franklin che “il tempo è denaro” era un elogio del tempo: il tempo è valore, il tempo è importante, qualcosa di cui prendersi cura, così come occorre prendersi cura del proprio capitale e dei propri investimenti. Invece l’attuale “sindrome dell’impazienza” comunica un messaggio opposto: il tempo è una seccatura e una noia, una pena, una mortificazione per la libertà umana e una sfida per i diritti umani, e nessuno di questi aspetti deve o ha bisogno di essere sopportato volentieri. Il tempo è ladro. Acconsentite ad aspettare e a posporre la ricompensa per la pazienza che portate - sarete derubati delle occasioni di gioia e di piacere che compaiono una sola volta e poi spariscono per sempre. Il passare del tempo trova posto sul lato in ombra dei progetti di vita umani; porta perdite, non guadagni. Il passare del tempo preannuncia lo spreco di opportunità che si sarebbero dovute afferrare e consumare sul momento.
Aspettare è una vergogna, e la vergogna dell’attesa si ripercuote su colui/colei che aspetta. Aspettare è qualcosa di cui vergognarsi perché può essere considerato un segno di indolenza o di basso status, un sintomo di emarginazione, qualcosa da abbandonare. Il sospetto di non-essere-veramente-sul-mercato” ora emerge in superficie causando numerosi interrogativi: Perché devo aspettare quello che desidero ardentemente? Le mie speranze contano quanto dovrebbero? Sono rispettate come dovrebbero? Sono realmente necessario e benvenuto? Oppure sono disprezzato? Se è così, questa mortificazione significa che sono già sulla via del tramonto? Sono il prossimo nella lista degli esuberi disegnata in segreto da coloro che mi fanno aspettare?
Un circolo vizioso, se mai ce ne è stato uno. Il vertiginoso ritmo del cambiamento svalorizza qualsiasi cosa possa essere desiderabile e desiderata oggi, considerandola sin dall’inizio come il rifiuto di domani, mentre la paura di essere trasformati in rifiuti che promana dall’esperienza esistenziale legata a ritmi di mutamento sconvolgenti spinge sia a desiderare più avidamente sia a cambiare con maggiore velocità i propri desideri…
La nostalgia dell’infinito
Il grande sociologo italiano Alberto Melucci era solito affermare che “siamo afflitti dalla fragilità del presente che richiede solide fondamenta là dove non ne esiste alcuna”. E così, “nel contemplare il cambiamento, siamo sempre combattuti tra il desiderio e la paura, tra la previsione e l’incertezza”. Si tratta di questo: incertezza. Oppure di rischio, come Ulrich Beck preferisce chiamarlo: il compagno indesiderato, inopportuno e irritante, ma anche ostinato, invadente, inseparabile (o piuttosto una guida?!) di ciascuna anticipazione - uno spettro sinistro che tormenta gli inveterati “decision-makers” che siamo. Per noi, come Melucci efficacemente fa notare, “la scelta è diventata un destino”. “E’ diventata” non è forse un’espressione corretta: dopo tutto, e le motivazioni sono già state spiegate chiaramente, gli umani sono stati “decision-makers” da quando sono umani. Ma si può tuttavia affermare che in nessun altro periodo storico la necessità di compiere delle scelte è stata così profondamente sentita, e che mai come ora è stata seguita da effetti tanto tremendi: quotidianamente affiancata da una dolorosa e incurabile incertezza e da propositi di azione che durano fino a quando si raggiunge l’obiettivo e si porta a termine l’azione, con la minaccia costante di “essere lasciati indietro”, “di non essere all’altezza di nuove richieste” e (orrore degli orrori) di essere messi fuori gioco. Ciò che separa l’agonia della scelta dell’oggi dallo sconforto che ha tormentato l’homo eligens, l’”uomo che sceglie” tipico di tutti i tempi, è esattamente il sospetto o la scoperta dolorosa che non ci sono regole ben definite e attendibili, obiettivi universalmente riconosciuti che possano liberare, del tutto o in parte, coloro che prendono una decisione dalla responsabilità per le conseguenze - erronee o impreviste - delle loro scelte. Non ci sono precisi punti di orientamento né indicazioni infallibili, e questi punti di riferimento e queste indicazioni possono sembrare affidabili oggi così come è probabile che debbano essere eliminati domani, perché ormai fuorvianti o inefficaci.
Per riassumere: in nessun’altra epoca il memorabile giudizio di Robert Louis Stevenson “viaggiare con buone speranze è meglio che raggiungere la meta” è suonato più veritiero che nella nostra modernità liquida e fluida. Se i luoghi di destinazione perdono il loro fascino molto prima che le gambe possano iniziare a camminare, le macchine mettersi in moto e gli aeroplani volare, allora vuol dire che tenersi in movimento conta più che arrivare a destinazione. Non far diventare una consuetudine ciò che si sta facendo ora, non essere vincolati all’eredità del proprio passato, indossare le identità del momento come si indossano magliette che possono essere rapidamente sostituite quando vanno fuori uso o fuori moda, respingere lezioni passate e abbandonare vecchie competenze senza inibizione o rimpianto - tutte queste tendenze stanno diventando caratteristiche del presente, politiche della vita e attributi della razionalità nella modernità liquida. La cultura della modernità liquida non si offre più come una cultura dell’apprendimento e dell’accumulazione così come accadeva per le culture a cui sono soliti fare riferimento gli storici e gli etnografi. Appare invece come una cultura del disimpegno, della discontinuità e della dimenticanza.
Gli amanti
“La vostra macchina fa la revisione ogni anno, perché non dovrebbe farla anche la vostra coppia?” - domanda Hugh Wilson. E’ proprio così. Ciò che vale per la macchina vale anche per la coppia. Vale a dire, se entrambi hanno senso solo se soddisfano i vostri bisogni e fino a quando siete gratificati dal modo in cui li soddisfano… sarebbe stupido supporre che continueranno per sempre a dare il meglio di sé e che la vostra gratificazione sarà eterna.
Dopotutto, le macchine invecchiano, perdono un po’ del loro scintillio e lustro, smettono di funzionare non appena si inserisce la chiave nell’accensione perché hanno bisogno di sempre più attenzione per mantenersi efficienti. La cura che richiedono diventa un consumo sia di tempo che di energia. Sembra all’opera una legge secondo cui il rendimento diminuisce con il tempo. All’inizio, un vostro piccolissimo movimento porta molte nuove sensazioni gratificanti - ma per ottenere successive sensazioni di felicità, c’è bisogno di un sempre maggiore investimento di pensiero, dedizione e lavoro… Tutto ciò vale la pena? Ci sono così tante macchine nuove e migliori in giro, più belle e attraenti, più facili da far funzionare e più scattanti. E’ tempo di pensare a un cambio. E’ tempo di consegnare la vecchia macchina alla rottamazione. In ogni caso, non era destinata né pensata per durare per sempre - o no?
Siamo consumatori in una società di consumatori. La società dei consumi è una società di mercato; tutti noi siamo nel e sul mercato, in modo intercambiabile o simultaneamente acquirenti e merci. Non meraviglia che l’uso/consumo delle relazioni si adatti velocemente al modello dell’uso/consumo della macchina, ripetendo il ciclo che inizia con l’acquisto e finisce con lo smaltimento dei rifiuti. “Vivere insieme” in Gran Bretagna dura in media fino a due anni. Il quaranta per cento dei matrimoni qui finisce con il divorzio. Negli Stati Uniti il rapporto è di un divorzio su due e la stima è in crescita. Hugh Wilson acutamente suggerisce che una revisione ogni anno o ogni sei mesi sembra a molta gente, in queste circostanze, una cosa ragionevole - così come “portare avanti relazioni che durano periodi di sei mesi è tipico delle tendenza a pensare a breve termine anche tra le coppie in apparenza fisse”. Negli Stati Uniti il progetto di istituzionalizzare contratti matrimoniali rinnovabili ogni due anni (e per non più di dieci anni complessivi), sta raccogliendo un consenso di pubblico sempre più ampio. Wilson cita la dottoressa Elayne Savage, autrice di un libro il cui titolo è già un programma “La stanza che respira: creare spazio per essere una coppia”, con il risultato che “le relazioni rinnovabili potrebbero essere la risposta per coloro che si sentono sempre più a disagio in impegni totalizzanti”. Savage approva questa soluzione e raccomanda “accordi soggetti a negoziazione” annuale secondo il modello dei “contratti estinguibili” che stanno diventando via via più popolari nel mercato del lavoro.
L’età della pietra
Un crescente numero di osservatori si aspetta ragionevolmente che gli amici e le amicizie svolgano una funzione sempre più centrale nella nostra società individualizzata. Dal momento che i tradizionali supporti della coesione sociale vanno rapidamente andando in pezzi, le relazioni amicali potrebbero diventare il nostro giubbotto o la nostra scialuppa di salvataggio. Ray Pahl, nel sottolineare che nella nostra epoca della scelta l’amicizia, “l’archetipica relazione sociale della scelta”, è la nostra tendenza naturale, - definisce appunto l’amicizia come “il veicolo sociale” dell’esistenza tardo-moderna. La realtà sembra essere comunque qualcosa di meno semplice. Nella tarda modernità o “modernità liquida” le relazioni sono una questione ambigua e tendono ad essere oggetto di un’acutissima e stressante ambivalenza: le relazioni che ciascuno di noi desidera con ardore comportano immancabilmente una perdita, anche se parziale, dell’autonomia, sebbene si desidererebbe poterle avere entrambe…
La continua ambivalenza si risolve in una dissonanza cognitiva, uno stato della mente notoriamente frustrante, avvilente e difficile da tollerare. Essa sollecita, a sua volta, il solito repertorio di stratagemmi, tra cui il più comune è quello di ridurre, minimizzare e sminuire uno dei due valori inconciliabili. Molte relazioni, destinate comunque a durare solo “fino al prossimo avviso”, quando subiscono pressioni contraddittorie si spezzano. La rottura è nell’ordine naturale delle cose, qualcosa a cui pensare sin d’ora ed essere preparati ad affrontare. Partner assennati finiscono dunque (come Wilson afferma) per “costruire fin dall’inizio legami da cui è facile ‘tirarsi indietro’ e nel modo meno doloroso possibile”.
La condizione umana
Dimmi quali sono i tuoi sogni e ti dirò che cosa ti manca maggiormente e quali sono le tue paure. Quello di cui sembriamo avere tutti timore, sofferenti di “depressione dipendente” o meno, spaventati in piena luce del giorno o tormentati da allucinazioni notturne - è l’abbandono, l’esclusione, l’essere respinti, bocciati, rinnegati, scaricati, spogliati di ciò che siamo, incapaci di essere ciò che vorremmo. Abbiamo paura di essere lasciati da soli, senza aiuto e senza destino. Paura che compagnie, cuori innamorati e mani caritatevoli siano inaccessibili. Abbiamo paura di essere scaricati - il nostro turno di essere trasformati in rifiuti. Ciò che ci manca più di tutto è la certezza che tutto questo non accadrà - non a noi. Ci manca l’immunità (…) Sogniamo l’immunità contro gli effluvi tossici del deposito degli scarichi.
Il terrore dell’ esclusione ci deriva da due fonti, sebbene raramente abbiamo chiara la loro natura e sebbene non siamo in grado di distinguerle una dall’altra.
Ci sono movimenti, spostamenti e flussi apparentemente disordinati, casuali e totalmente imprevedibili di ciò che, per mancanza di un nome più preciso, chiamiamo “forze della globalizzazione”. Esse rendono irriconoscibile, e senza preavviso, la terra a noi familiare e i paesaggi cittadini dove eravamo soliti lanciare le àncore della nostra sicurezza affidabile e duratura. Queste forze confondono la gente e mandano a monte la loro identità sociale. Ci possono trasformare, da un giorno all’altro, in rifugiati o in “emigranti economici”. Possono ritirare le nostre carte di identità o invalidare le nostre identità certificate. E ci ricordano quotidianamente che lo possono fare impunemente - quando ci scaricano sottocasa quella gente che è stata già espulsa, costretta a fuggire per vivere o a scappare via da casa per trovare mezzi di sussistenza, derubati della loro identità e della loro autostima. Odiamo queste persone perché avvertiamo che quello che stanno vivendo, proprio davanti ai nostri occhi, potrebbe essere un’anticipazione della nostra stessa sorte. Nel tentare con forza di rimuoverli dalla nostra vista - raccogliendoli, chiudendoli nei campi, deportandoli - speriamo di esorcizzare quello spettro. Ma la situazione è questa, per quanto tentiamo di scacciare questa sorta di orrore. Possiamo bruciare le “forze della globalizzazione” solo simbolicamente, in effigie; sembra che non abbiamo altra strada per fare evaporare l’ansia repressa che accendere roghi.
Tuttavia l’ansia non andrà completamente in fumo - ce n’è troppa e le scorte vengono costantemente rinnovate. Il residuo non bruciato si sposta rapidamente su di un altro livello - quello delle politiche della vita - dove si mescola con paure simili che provengono dai legami umani sempre più deteriorabili e dalle solidarietà di gruppo in via di estinzione (…) Noi ora non parliamo di niente altro con più solennità o con più piacere che delle “reti di connessioni” o delle “relazioni”, solo perché la “realtà” - le reti strette, le connessioni salde e sicure, le relazioni pienamente curate - sono tutte andate in pezzi. Come Richard Sennett ha recentemente messo in luce, a Silicon Valley, serra delle tecnologie d’avanguardia e avamposto dell’attuale versione del magnifico mondo nuovo, la lunghezza media di un impiego in qualsiasi lavoro è di circa otto mesi: e questa è una vita beata, la più invidiata e più ardentemente emulata del pianeta.
Pensare a lungo termine in queste condizioni è ovviamente fuori discussione. E laddove non c’è pensiero a lungo termine né aspettative del tipo “ci incontreremo di nuovo”, c’è a malapena un senso di destino condiviso, un sentimento di fratellanza, un impulso a serrare le fila, stare spalla a spalla o procedere allo stesso passo. La solidarietà ha poche opportunità di germogliare e mettere radici. Le relazioni si caratterizzano soprattutto per la loro fragilità e superficialità. Per citare di nuovo Sennett: “La presenza puramente temporanea in un’azienda induce le persone a mantenere le distanze” - ad irritarsi per impegni troppo intimi e a guardarsi da obblighi duraturi. Molti di noi, forse la maggior parte, non possono essere sicuri di quanto tempo staranno dove sono ora e per quanto tempo ci starà la gente con cui condividiamo un luogo e con cui interagiamo. Se i legami di oggi si possono spezzare in ogni momento, sarebbe stupido investire il nostro tempo e le nostre risorse per rafforzarli e fare un ulteriore sforzo per proteggerli dal logoramento.
They spun a web for me
Parliamo compulsivamente di reti e cerchiamo ossessivamente di evocarle (o almeno i loro fantasmi) attraverso i magici incantesimi “dell’appuntamento rapido” tipico delle “messaggerie telefoniche,” perché avvertiamo con sofferenza la mancanza delle reti di sicurezza dei legami che i veri rapporti di parentela, di amicizia e di fratellanza erano soliti garantire, con o senza il nostro sforzo. Gli elenchi telefonici dei cellulari prendono il posto delle comunità perdute e si spera che sostituiscano l’intimità che non c’è; sulle loro spalle un carico di attese che non hanno la forza di sorreggere. Come sottolinea Charles Handy, “per quanto divertenti possano essere queste comunità virtuali, esse creano tuttavia solo un’illusione di intimità e una simulazione di comunità”. Sono sostituti inadeguati del “mettere le ginocchia sotto il tavolo, guardare la gente in faccia e avere conversazioni reali”. In un raffinato e perspicace studio delle conseguenze culturali dell’”età dell’incertezza”, Andy Hargreaves scrive di “fili episodici di interazioni minime” che stanno progressivamente sostituendo “intense conversazioni e relazioni familiari”. Cita in proposito Clifford Stoll, secondo il quale, esposti come siamo ai “contatti facilitati” dalla tecnologia elettronica, perdiamo la capacità di entrare spontaneamente in interazione con le persone.
Di fatto, diventiamo sempre più timidi nei contatti faccia a faccia. Tendiamo ad allungare la mano sui nostri cellulari, premere furiosamente pulsanti per digitare messaggi, evitare di “darci in ostaggio al fato” e sfuggire alle interazioni complesse, confuse, imprevedibili, impegnative con quelle “persone reali” che ci stanno fisicamente intorno. Quanto più estese (anche se superficiali) sono le nostre comunità fantasma dell’appuntamento-rapido e dei messaggi cellulari, tanto più scoraggiante appare il compito di cucire e tenere insieme le comunità reali. Come sempre, i mercati dei consumi sono ansiosi di toglierci dall’impiccio. Alludendo a Stjepan Mestrovič, Hargreaves sostiene che “le emozioni, dopo essere state sottratte a questo mondo affamato di tempo e basato su relazioni contratte, vengono reinvestite in oggetti di consumo. La pubblicità associa le macchine alla passione e al desiderio e i telefoni cellulari all’ispirazione e alla sensualità”. Anche se i commercianti ce la mettono tutta, la fame che hanno promesso di saziare non scompare. Probabilmente gli umani sono stati riciclati come beni di consumo, ma i beni di consumo con possono essere resi umani. Non in quel tipo di umani che ispirano la nostra ricerca disperata di radici, parentele, amicizia e amore.
Bisogna ammettere che i sostituti offerti dal consumo sono in vantaggio rispetto alla realtà. Promettono libertà dalla difficile fatica di negoziazioni senza fine e da non facili compromessi; consentono di sottrarsi all’auto-sacrificio, alle concessioni e alle mediazioni che tutti i legami intimi e di amore prima o poi richiedono. Offrono di recuperare i danni nel caso questi sforzi siano considerati troppo pesanti da sopportare, e i loro venditori garantiscono anche un ricambio facile e frequente nel caso non li si usi più, oppure se altri beni, nuovi, perfezionati e anche più seducenti appaiono d’improvviso. In breve, gli oggetti di consumo incarnano il carattere non definitivo e l’estrema revocabilità delle scelte, insieme alla fondamentale disponibilità degli oggetti prescelti. Più importante ancora, essi sembrano garantirci il controllo. Siamo noi, i consumatori, che disegnano il confine tra ciò che è utile e ciò che è inutile. Avendo gli oggetti di consumo come partner, possiamo smettere di preoccuparci di andare a finire nel deposito dei rifiuti.
Involontariamente, gli oggetti di largo consumo incarnano l’estremo paradosso della cultura degli scarti:
Primo, è l’orribile spettro dell’usa-e-getta - della ridondanza, dell’abbandono, del rifiuto, dell’esclusione, dello spreco - che ci spinge a ricercare sicurezza nell’abbraccio umano.
Secondo, è per questo bisogno di sicurezza che siamo dirottati verso i centri commerciali.
Terzo, è la presenza di beni di consumo usa-e-getta, magicamente riciclata da malattia terminale a forma di terapia, quella che troviamo nei centri commerciali, sollecitati a portarla a casa per conservarla nella cassetta del pronto soccorso.
Confortati dalla nostra nuova erudizione, ci sediamo a guardare - assorbiti, incantati, ammaliati e rapiti - la puntata successiva del Grande Fratello, di The Weakest Link, di Survivor o dell’ultimissima edizione della “Real TV”. Tutte ci raccontano la stessa storia, cioè che nessuno, eccetto pochi vincitori solitari, è veramente indispensabile, che un essere umano è utile ad altri esseri umani fino a quando lui/lei può essere sfruttato/a a loro vantaggio, che il deposito dei rifiuti, la destinazione finale dell’escluso, è la naturale prospettiva di coloro che non sono più adatti o che non vogliono più essere sfruttati in questo modo; che sopravvivenza è il nome del gioco della solidarietà umana e che la posta finale è sopravvivere a tutti gli altri…
Zygmunt Bauman - Conferenza del 31 marzo 2004